2010-02-01

Riti Privati

Gli italiani si chiedono spesso: dove vanno a finire i cinesi che muoiono? Sull'argomento c'è un'inspiegabile silenzio, tale che sono sorte varie leggende metropolitane in base alle quali i cinesi morti vengono bruciati in forni segreti sotto China Town, sciolti nell'acido oppure riciclati nei jiaozi (il che curiosamente trova parallelo in una storia medievale cinese in cui i pellegrini venivano trasformati dai briganti in farcia da raviolo avvelenata per uccidere altri pellegrini). La verità è che i cinesi vivono la morte in maniera estremamente privata e, un po' per rispetto verso gli antenati e un po' per superstizione, non parlano praticamente mai dell'argomento e anche se interpellati tagliano corto e cambiano discorso.

E' durante il Chunjie che vengo effettivamente a scoprire come le cose funzionano, perché insieme a Dandan e famiglia andiamo a visitare la tomba dei nonni paterni. Per i cinesi questo avviene solitamente nel giorno dei morti, quarto giorno del quarto mese lunare (vi ricordate che quattro e morte si pronunciano uguali?), ma a causa delle migrazioni per il Paese della generazione più giovane, oggigiorno il momento dell'anno in cui le famiglie si riuniscono è il Capodanno, e così si va. La cosa che più mi incuriosisce è il perché si vada al cimitero, e lo chiedo al signor Cheng: capisco gli italiani cattolici, ma voi siete atei e comunisti; se è vero che rifiutate le superstizioni feudali e non credete nell'aldilà, perché andate a riverire i morti al cimitero? E' tradizione, mi spiega, queste cose vanno al di là della superstizione. E' l'unica volta da che lo conosco che non mi fornisce una risposta chiara e soddisfacente, ma credo di capire cosa intende. Da un lato c'è il rispetto cinese per le tradizioni, che esistono di per sé stesse e non per quello che rappresentano; e dall'altro l'affetto che lega genitori e figli, che trovano sollievo nel recarsi nel luogo dove giacciono i corpi dei loro predecessori.

Io, Dandan, padre e madre prendiamo il nostro bravo autobus che dopo una lunga corsa ci porta all'estrema periferia di Chengdu. Si tratta di un tipico sobborgo fatiscente di città cinese, completamente asfaltato e fatto di case brutte, squadrate e cadenti. Mi stupisce mio suocero, quando commenta che cinque anni fa era tutto prati verdi e risaie, e solo l'anno scorso si vedevano ancora passare contadini per la strada. Questa è la Cina d'inizio XXI° secolo, cari miei.
L'economia del quartiere si regge chiaramente sul cimitero, infatti tutti i negozi sulla strada vendono gran quantità di articolri funerari: non solo fiori e ceri, ma anche incensi, petardi e una quantità incredibile di repliche infiammabili di oggetti prestigiosi. E qui vale la pena di elencarli: il più classico è il denaro. Ci sono mazzette da 10, 50 e 100 kuai, ma invece della faccia del Grande Timoniere abbiamo di tre quarti Yanluo Wang, il re dell'Inferno (che fondamentalmente sembra un qualunque mandarino dallo sguardo saggio e spietato). Invece della dicitura “Bank of China” c'è scritto “Bank of Hell”, e tutti gli altri dettagli sono cambiati di conseguenza. Ora, il denaro da bruciare ha una lunga Storia in Cina, e fin dai tempi antichi lo si trova. Il principio è che bruciando, il denaro si trasforma in aria, ossia qi o spirito, e raggiunge il defunto, che potrà avvalersene nell'aldilà per guadagnare prestigio e faccia, instaurare guanxi e corrompere gli ufficiali dell'Inferno, che come quelli terreni sono particolarmente sensibili ai regali. Invenzioni più moderne sono invece i cellulari, status symbol fondamentale per ogni cinese, perfette repliche in carta; e poi orologi (alcuni con la scritta Rolex ben in evidenza), automobili in miniatura, ville in miniatura, e chi più ne ha più ne metta. Anche qui l'inventiva cinese non ha limite. La famiglia Cheng, essendo una famiglia di intellettuali educati e comunisti, ignora queste superstizioni e cammina oltre i banchetti di questi articoli.

Percorriamo la strada recentemente asfaltata e già dissestata che porta alla collina su cui sorge il cimitero. Numerose macchine sia ricche che povere sono parcheggiate a bordo strada. All'entrata del cimitero vero e proprio c'è ad attenderci un esercito di ayi, armate di spugna e secchio d'acqua, che offrono i loro servigi per lavare le tombe. Ne prendiamo una e saliamo la china verso la tomba dei nonni. Le tombe cinesi sono simili alle nostre, ma più piccole: infatti i corpi vengono inumati prima d'essere sepolti. Anche lo spazio per i morti è poco e i cimiteri sono sovrappopolati e probabilmente un bel po' di tombe sono abusive. Le lapidi in sé sono per lo più alte un metro, cilindriche e spesso rastremate verso l'altro a mo' di obelisco; sono di cemento coperte di piastrelle di ceramica, le stesse piastrelle usate ovunque in Cina per coprire i muri delle cucine, de bagni o dei vecchi grattacieli costruiti negli anni '80. Essendo incollate allo stesso modo cinese, la metà sono frantumate a terra dopo il primo anno. Sul lato anteriore le lapidi hanno targhe di marmo incise, che portano spesso la foto del defunto e la dedica di chi sopravve loro.

Guardiamo l'ayi pulire rapidamente le lapidi dallo sporco accumulatosi nei mesi precedenti, e rimaniamo in riflessione sul significato che per noi ha essere in quel luogo ora. Quindi, pagata e congedata la pulitrice, accendiamo un tricchetracche, che fragorosamente scoppietta per un buon mezzo minuto. E' per attirare l'attenzione degli spiriti e avvisarli che ci sono visite, mi spiegano; effettivamente il rumore sveglierebbe anche i morti. Quindi piantiamo una piccola bandiera di carta sulla lapide, tenendola ritta con del fango, per segnalare che c'è stata una visita, non solo ai morti ma anche ai vivi. Ai piedi della lapide deponiamo le offerte, ossia frutta fresca, frutta secca e fiori. La madre di Dandan taglia i fiori lasciando il gambo separato dalla corolla: Dandan mi spiega che se i fiori sono lasciati interi, qualcuno verrebbe a rubarli e li rivenderebbe. La praticità vince sempre su tutto in Cina. Di solito si offrono sigarette agli uomini, ma sempre Dandan mi spiega che siccome il nonno è morto di cancro ai polmoni, è meglio non offrirgli altre sigarette. Sorrido, stupito da questa logica. Di solito è in quest'occasione che soldi e simili vengono bruciati, ma come ho già detto la famiglia Cheng fa volentieri a meno di queste pacchianate.

Accendiamo delle candele, quindi ciascuno di noi prende in mano tre bacchette d'incenso e, a turno, fa koutou - ossia si inginocchia e si prostra con la fronte quasi a terra -, pianta le bacchette d'incenso nel terreno e parla brevemente con i morti, salutandoli, raccontando cos'è successo dall'ultima volta che si è fatta visita, e augurando di stare bene nell'aldilà. Ci si aspetta che lo faccia anch'io, essendo ormai quasi un membro della famiglia: la cosa è abbastanza strana, parlo in italiano perché in cinese non saprei che dire. Mi presento, proclamo la mia onestà e la mia volontà d'essere un buon marito e prendermi cura di Dandan. La famiglia sembra soddisfatta, senz'altro la cosa ha un profondo significato per loro. E' stata creata una relazione anche con le generazioni passate, una presentazione più importante di quella con qualunque altro parente ancora in vita.

Da parte mia, mi sento privilegiato nel poter essere stato testimone di un rito così fondamentale e così segreto, una cosa veramente di famiglia. Sebbene non creda minimamente che i morti mi sentano, so che mi sentono i vivi, ed è per loro che sono qui. Forse sto cominciando anch'io a pensare come un cinese, come un asiatico. Forse non c'è alternativa, quando si vive in Asia. E forse è anche e soprattutto per questo, per cercare altri modi di pensare e di sentire, che sono venuto in questo Paese. Oggi, certamente, ne ho trovati.

2009-12-26

Fuochi artificiali

I fuochi artificiali sono una delle grandi invenzioni cinesi, di questo bisogna darne atto. Credo che in nessun Paese al mondo i fuochi siano belli, numerosi ed economici come in Cina. Non si può immaginare quanto, venendo dall'Italia (esclusa Napoli, forse, che per i fuochi ha una passione speciale).

La mia prima esperienza con i fuochi risale al 2003 ed è indiretta: ai quei tempi a Pechino vigeva il divieto di usarne entro il quarto anello, per questioni di sicurezza. Ciononostante era frequente vedere fuochi sparati per aria, quindi sentire un suono di passi che correvano via, risate, e una sirena della polizia che accorreva. Ma tutto sommato non c'era nulla di strano, i fuochi di questo tipo erano piccoli.

La mia prima esperienza diretta con i fuochi avviene nel 2007 sul monte Emei, in Sichuan. Dandan mi chiede se voglio provare e compra dei bastoni di poco meno di un metro a bordo strada. Li accendiamo davanti al negozio e li puntiamo in aria: presto ne escono meravigliose comete colorate che sparano fino a 10 metri d'altezza, infrangendosi sui rami degli alberi che costeggiano la stretta strada in cui siamo. Si ferma una macchina della polizia che ci guarda. Alcune scintille finiscono sulla macchina. Ci spostiamo 20 metri più in là, aspettiamo che la polizia se ne vada, e ne accendiamo ancora. Capisco quindi il perché del divieto di Pechino, e anche il perché tanta gente lo violi spavaldamente. E' tanto pericoloso quanto divertente.

Nel 2007-2008 il divieto di sparare fuochi in aree urbane viene progressivamente rimosso. Per tutta la settimana del capodanno cinese, in Cina scoppia la guerra. Da mattina a sera e fino a notte inoltrata è un continuare di botti, mortaretti, tricchetracche, fontane, fiori di ogni colore. Niente di simile ai partenopei “pallone di Maradona” o “bomba Osama”, qui il suono è secondario e lasciato ai poveri più poveri: il divertimento è la luce, sono i colori. L'odore della polvere da sparo riempie l'aria, i marciapiedi sono coperti della carta rossa dei fuochi esplosi, come un tappeto, che i netturbini si affrettano a scopare via nelle ore piccole, quando la guerra si calma.


Nel 2008 siamo a Chengdu e decido che voglio fare acquisti: ci rechiamo quindi in uno dei numerosi tendoni eretti a bordo strada per la vendita di fuochi artificiali. Il costo è ridicolo: sia va dai 5 kuai per un ventaglio, ai 15 kuai per dei fiori, sino alla costosissima “Pagoda dei Cento Fiori”, una bomba grande poco meno di un pallone, che mi porto a casa per 30 kuai. C'è tanta altra roba, le classiche trottole, dei bengala con la caricatura di bin Laden, pelle blu e occhi bianchi pieni di elettricità, e pacchi più grandi che non oso nemmeno esaminare. Porto a casa i miei acquisti e mi preparo a ignirli la sera stessa.


La sera stessa io, Dandan e suo padre usciamo per sperimentare i nostri acquisti. Decidiamo di posizionarci in un luogo che a noi sembra moderatamente sicuro, ossia il lungofiume che a quest'ora di sera umida e fredda è deserto. Attorno a noi alberi e panchine, da un lato il fiume Funan, dall'altro una strada non esageratamente trafficata, e distante almeno 15 metri. Cominciamo con i ventagli: hanno la forma dei classici ventagli cinesi, a guisa di farfalla: li reggiamo in mano puntandoli verso il fiume, quasi tremando per l'eccitazione e la paura di manovrare materiale esplosivo. Il primo non s'accende, il secondo fa una fontanella luminosa lunga un metro; bello, però ci aspettavamo di più. D'altra parte per 5 kuai cosa pretendi?


Un po' delusi ma al tempo stesso rassicurati sul potenziale esplosivo dei fuochi, passiamo ai fiori. Li chiamo fiori perché si suppone facciano le classiche esplosioni a fiore nel cielo, la forma è un tondo composto da 6 candelotti e un peso centrale che dovrebbe tenere fissa la base mentre spara. Posizioniamo il primo vicino alla ringhiera del fiume e lo accendiamo: il primo candelotto parte, fa la sua bella fontana con scoppi vari ed poi scaglia un razzo verso l'alto, che esplode in un fiore meraviglioso di color oro. Purtroppo il rinculo fa sì che l'intera base caschi sul lato, sicché gli altri 5 candelotti sparano in direzione orizzontale, per fortuna non verso di noi, ma verso cespugli, panchine e acqua. Capita l'affidabilità del peso centrale, decido di porre il secondo fiore tra due sassi belli pesanti (in Cina i sassi belli pesanti si trovano ovunque, perché o c'è un cantiere vicino, oppure qualcosa perde pezzi, nel nostro caso gli scalini che scendono al fiume offrono dei bei pezzi di cemento regolari da svariati chili l'uno), di modo che sia incastrato e non possa muoversi. I primi tre fiori salgono verticali: rossi, gialli, verdi, stupendi, non riesco a credere che una tale meraviglia possa costare 15 kuai, quando in Italia i prezzi sono almeno 40 volte più alti! Senonché il lancio del terzo fiore sposta anche le pietre, e quindi la base si inclina sul lato: il quarto fiore sfreccia tra gli alberi sfiorando dei passanti, il quinto si infila sotto un taxi in corsa e gli esplode a mezzo metro dalla portiera, in un caos di scintille d'ogni colore, il sesto parte in direzione di uno dei sassi, e qui esplode subito a pochi metri da noi, che nel frattempo ci siamo già riparati dietro alcuni alberi. Occhei... appunto per il prossimo lancio: più attenzione e meno fiducia nella stabilità dei fuochi.
Ci rimane la Pagoda dei Cento Fiori: questa volta troviamo due bei sassi da 10 kg ciascuno, presi da un'aiuola lì vicino, e poniamo la base sulla scala che scende al fiume, di modo che se si inclina al massimo spara nel fiume o contro la scala, e non sulla strada. Accendo tremante l'ordigno e fuggo al riparo insieme a Dandan e suo padre. La Pagoda per alcuni secondi rimane tranquilla, quindi comincia con le prime scintille che presto si sviluppano in una fontana che, per un minuto intero, cambia di altezza e colore stupendoci ogni volta. Quindi scema scagliando girandole in ogni direzione, che finiscono parte nell'acqua e parte sopra la scala, per cui abbiamo modo di ammirarle. Infine la luce gradualmente si spegne, lasciandoci la soddisfazione di un fuoco riuscito bene.

Torniamo a casa ancora eccitati, già pensando all'anno prossimo. Tutta Chengdu nel frattempo esplode fuochi, in ogni direzione l'orizzonte scuro e nebbioso è illuminato da luci colorate. Fischi e scoppi si susseguono senza lasciare che il silenzio li separi. C'è gente nei cantieri chiusi, gente sui tetti delle case, gente in strada, ovunque ci sia spazio qualcuno esplode fuochi. Nessuno apparentemente sembra preoccupato della loro pericolosità, e quindi per effetto della psicologia dei gruppi anche io non me ne preoccupo: è una notte di festa, e quindi conta divertirsi. Domani forse si stimeranno i danni, ma per stasera, godiamoci lo spettacolo!


2009-12-12

Propaganda Olimpica


Il padre di Dandan è uno dei pochi che ancora credono fermamente nel Partito Comunista e nella sua missione. Lo zio Cheng ha fatto carriera grazie alla sua fedeltà alla linea di Partito, alla sua comprensione della stessa, e alla sua onestà – è anche uno dei pochi che non ha mai preso mazzette, e lo si capisce dal fatto che, mentre i suoi colleghi vanno al lavoro con la BMW nera guidata dall’autista, lui non ha l'autista e nemmeno la macchina, considera il taxi un lusso poco necessario e si reca in ufficio con il proletarissimo autobus.

Essendo vice-assessore allo sport della provincia del Sichuan, sono anni che la sua coscienza viene bombardata dalla propaganda tremenda per le Olimpiadi. Apriamo una parentesi – la Cina vede le Olimpiadi come una chance di riabilitare la sua fama presso l’opinione pubblica internazionale come Paese moderno, efficiente e amichevole. Per questo tutto per le Olimpiadi deve essere perfetto. Da quando Pechino ha vinto il bando, nel 2002, in tutta la Cina non si parla che di Olimpiadi e soprattutto a Pechino ogni settimana ci sono varie campagne di educazione – l’educazione all’inglese, l’educazione a fare la fila, l’educazione a non sputare, tutte prese seriamente dalla popolazione, anche se la naturale pigrizia mentale dei pechinesi li porta sempre a risultati parziali e non durevoli. Il signor Cheng in questi anni non ha fatto che viaggiare in lungo e in largo e preparare cerimonie varie con delegazioni sportive straniere, la più importante delle quali è stato il passaggio della fiaccola olimpica per le varie località del Sichuan.

Va da sé che qualunque gadget la mente di un cinese possa concepire in relazione alle Olimpiadi e alle sue mascotte, gli adorabili fuwa, lui l’abbia ricevuto in dono dal produttore. Visto che, con tonnellate di paccottiglia, il suo ufficio non può andare avanti, né il signor Cheng saprebbe che farsene, regala tutto quello che riceve, ma riceve talmente tanto che non riesce a regalare tutto. Così, quando arriviamo a Chengdu, ecco che ci accoglie con dei doni, e una frase tipo “Mi hanno regalato questa cosa, pensavo di darla a te... ”. Lo fa con nonchalance, approfittando di ogni momento buono. Appena abbassi la guardia – tac! Ecco che si ricorda che ha proprio una cosa che non usa e voleva darti. Nell’ordine riceviamo: due cappelli con visiera col logo Beijing 2008, una T-shirt con logo Beijing 2008, una T-shirt commemorativa del passaggio della fiaccola olimpica da Chengdu (che accadrà tra circa 4 mesi), una giacca impermeabile con logo Beijing 2008, cinque gagliardetti da parete (uno per ogni fuwa), una collezione di spille Coca Cola ispirate alle Olimpiadi, un’agenda del dipartimento dello sport del Sichuan con il calendario delle città visitate dalla fiaccola, un paio di scarpe Nike originali, due segnalibri in metallo con l’immagine di un fuwa, una chiave USB a forma di fuwa, e un mini-trofeo di alluminio e bronzo a forma di braciere, in cui la fiamma olimpica è rappresentata da una serie di piccole pietre gialle arancioni e rosse incastonate nel metallo, a commemorazione del passaggio della fiaccola dal Sichuan, con allegato dépliant del tragitto e specifiche tecniche della fiaccola alla cinese.

Più altre cose che al momento non ricordo. Però mi ricordo di un momento in cui io, Dandan e il signor Cheng eravamo in cortile, e davanti a noi c’era un cartello con le regole condominiali e in fondo (tanto per cambiare), le immagini dei fuwa.
“A me piace Jingjing” dice Dandan.
“A me piace Nini” dico io. Poi, dopo una pausa in cui tutti e tre guardiamo le adorabili bestiole, io chiedo:
“Mi Nini è maschio o femmina?”
“Secondo me è femmina” dice Dandan.
“Secondo me è maschio, o al massimo gay, la femmina è Beibei” commento io.
Dandan si volta a chiedere a suo padre, la cui saggia parola dirimerà ogni conflitto.
“Mah... ” dice il signor Cheng perplesso, con l'aria di chi risponde a una domanda veramente oziosa “Per come la vedo io, son tutte femmine tranne il panda”.

2009-11-29

Cieli Blu su Pechino... anche quelli falsi!

Quando il comitato Olimpico, all’inizio del decennio, assegnò a Pechino le Olimpiadi del 2008, si trattò chiaramente di una decisione politica. La Cina voleva dimostrare al mondo di essere parte di una comunità internazionale, e sfatare tutti i miti negativi relativi a un popolo cinese isolazionista e ostile verso gli stranieri. Le altre nazioni le concedevano volentieri l’opportunità in modo che si integrasse meglio nel sistema politico globale. Lodevole.

Solo che, all’indomani della decisione politica, i tecnici come al solito sollevarono obiezioni. I politici per natura vedono le opportunità delle cose, i tecnici ne vedono i limiti. La domanda che fece uno di questi tecnici fu: “Come si fa a pensare di organizzare l’evento sportivo più grosso del pianeta in uno dei suoi luoghi più inquinati?”. E un altro chiosò: “Come fa un atleta a sperare di superare un record, quando è svantaggiato dal respirare più ossido di carbonio che ossigeno?”. Al che qualcuno, probabilmente un politico, probabilmente cinese o amico dei cinesi disse “No worry, by 2008 everything will be under control!”

E così arriviamo al 2007. In questi anni Pechino è divenuta la città all’avanguardia per i progetti ecologici. Ci sono interi palazzi e fabbriche energeticamente autonomi e ad emissioni zero, ci sono parchi sterminati, ci sono alberi ovunque e la loro protezione non ha pari in nessun luogo del mondo. Contemporaneamente, tutte le strutture costruite prima del 2000 sono ancora alimentate a carbone, e nelle strade vengono immatricolate circa 1000 nuove vetture al giorno. Il comitato olimpico, forzato dalla politica ad essere misericordioso, ha concordato con la municipalità di Pechino che, nel 2007, la città dovrà mantenere un numero di giorni “a cielo blu” (“blue sky”) pari a 245.


E qui apriamo una parentesi tecnica: cosa si intende per “cielo blu”? Lo standard concordato è quello di un API (Air Pollution Index) inferiore a 100. L’API è un indice che misura la quantità nell’aria di 4 sostanze chimiche, più il PM10, ovvero le particelle di dimensione inferiore a 10 micron, note alla massa come “polveri sottili”. Il valore più alto tra queste 5 misurazioni diventa l’API. A Pechino il valore più alto, vuoi perché il clima è estremamente secco e ventoso, vuoi per la quantità di cantieri, caldaie a carbone e motori del periodo maoista, è sempre quello del PM10.


Per capire a cosa corrisponde uno standard di API 100 per 245 giorni in un anno, diremo che, in Europa, l’indice di base è quello di API 50 per 330 giorni l’anno. Se si sfora, viene dichiarata “emergenza”, e si passa a misure come le targhe alterne, la chiusura del centro delle città, la dichiarazione di illegalità di determinati impianti inquinanti, ecc. Questo per riflettere sulla relatività delle cose.


Siamo al 28 novembre 2007, e la città ha avuto 229 giorni “a cielo blu”. Tutti contenti, tutti a farsi i complimenti: “E’ stata dura, con questi standard così stringenti del comitato olimpico, ma alla fine ce l’abbiamo quasi fatta, con un po’ di fortuna raggiungeremo il limite di 245 giorni e potremmo persino superarlo! One world one dream!”. Così s’era festeggiato.


Senonché, a partire da metà dicembre, per cause ancora non spiegate, sopra Pechino si è formata una sorta di nube di smog di proporzioni apocalittiche, una via di mezzo tra la nuvola di Fantozzi e quella che nel film Ghostbusters anticipa il ritorno di Zool nel mondo; non c'è bisogno di specificare che tutto ciò non era minimamente sotto, o anche solo vicino, al limite di API 100. Il giorno di Natale, l’API era di 280; a Santo Stefano 269. Il 27 dicembre, signore e signori, l’API era a 421, un livello di PM10 più di 8 volte superiore alla soglia di emergenza europea, al punto che il Comune stesso ha emesso un bollettino del tipo ‘The aged and patients should stay indoors and avoid strength draining; the ordinary should avoid outdoor activities.’, che poi è un messaggio standard emesso quando l’API supera i 300. Il 28 dicembre, i misuratori dell’API si sono incantati, perché misurano solo fino a 500, poi s’impallano.


Per fortuna nel pomeriggio del 28 dicembre s’è alzato un gran vento, e il livello di PM10 si è normalizzato, cosicché a fine anno Pechino ha raggiunto, preciso preciso, il numero di 245 giorni di “cieli blu” sul totale. Fuochi d’artificio, tricchetracche e brindisi cordiali a baijiu. Anche il comitato olimpico ha fatto la scena di complimentarsi, con poca convinzione va detto, ma la scena l’ha fatta.


Solo che quello che né i media cinesi, ma nemmeno quelli olimpici, riferiscono è che le misurazioni non sono state proprio regolari. Qui ci viene in aiuto un grandissimo sito web, Beijing Air, che nota numerosissime stranezze, di cui la migliore è decisamente questa: a parte il fatto che il sistema cinese considera un API 100 come “al di sotto della soglia di allarme”, che fa partire da 101, si nota un’incidenza assolutamente anormale di risultati appena sotto il 101, e un’incidenza ridicolmente bassa per quelli immediatamente superiori a 100. Il grafico sarà d’aiuto:



Come si fa ad avere 21 giorni ad API 98, 11 giorni ad API 99, 9 giorni ad API 100 e poi... 1 giorno a 101, 2 giorni 102, 1 giorno a 103 e 104 rispettivamente, e così via... mmmmhhh... che qualcuno abbia fatto tornare i dati? Che le medie ponderate delle colonnine siano ponderate ad arte?Mah... forse non lo vogliamo sapere. Nel dubbio che qualcuno sollevi illegittimità sui sistemi di misurazione, dal 1° gennaio 2008 il Dipartimento di Protezione Ambientale di Pechino (BEPB) ha rilocalizzato le 27 colonnine in modo più razionale – ovvero ne ha tolte tre in pieno centro città e le ha spostate in aperta campagna. Geniale no?

Come dire, “One world, one dream!”. Continuiamo a sognare…

2009-11-13

Gente che va, gente che viene

Ne ho viste tante di facce, nei due e più anni che ho vissuto a Pechino. Ma il mio tempo di permanenza sta superando una lunghezza critica, e chi è arrivato nel mio stesso periodo comincia ad andarsene. Il Genio è in Germania con una figlia, Dom è tornato in Australia per dare l'esame da avvocato, Viola è in partenza per la Svizzera dove ha trovato un lavoro migliore, Benjamin è stato rimpatriato forzatamente negli USA, Federico e Irene sono tornati in Italia, logorati dalla Pechino che si prepara alle Olimpiadi.

La Cina non è un Paese facile, ed è per questo che pochi stranieri ci vivono a lungo. Difficile trovare qualcuno che sta per più di tre, quattro anni, e che potendo andarsene rimane. E’ un Paese che, alla lunga, ti logora i nervi. Molti giovani vengono in Cina per fare curriculum, senza una reale passione per questo luogo, ed è normale che, dopo un tempo minimo di esperienza lavorativa, dicano addio.
La conseguenza è che Pechino, pur essendo la città in Cina dove in media la permanenza degli stranieri è più lunga, rimane un porto di mare con continui arrivi e partenze. All’inizio è divertente, si conosce tantissima gente, ed è facile stringere amicizie anche profonde con gente che, come te, si trova sola e catapultata dall’altra parte del Mondo. Ma poi, più il tempo passa, più ti accorgi che la gente va e viene, e non si può contare su nulla per sempre. Mano a mano che i vecchi amici scompaiono, le profondità dei rapporti diminuisce, con la consapevolezza che tutto dovrà finire a breve. Uscire con i nuovi arrivati, che se la ridono di come parlano inglese i camerieri e parlano del mercato di Panjiayuan come la frontiera della Cina misteriosa, non ha senso. Gli amici diventano conoscenze, le conoscenze diventano contatti di lavoro, e la vita sociale diminuisce fino alla sconfitta morale definitiva, ovvero la prostrazione quotidiana sul divano, in fronte all’altare del dio DVD.

Non è facile accettare la situazione. Molta gente se ne va in branchi: parte un membro del gruppo, e gli altri seguono a ruota in prenda a disorientamento sociale. D’altra parte, se le persone cambiano ma la tua vita rimane la stessa, c’è parecchio da annoiarsi. Meglio il contrario, tener gli amici vicini e cambiare casa e lavoro tantopiù che, al contrario di quanto si immagini, non sono in molti ad essere professionalmente realizzati in Cina, specie i giovani.

E chi è qui da anni e anni, come fa? Qualcuno, e nello specifico chi ha fatto i soldi, si isola nell'ambiente espatriato della bella vita, tra ricevimenti e incontri al club. Qualcun altro ha trovato il suo ambiente tra i cinesi: su loro puoi contare, non se vanno facilmente dal loro Paese; ma al tempo stesso sono diversi, troppo diversi. Anche Dandan, che ha studiato all'estero e vive con me, comincia a sentirsi a disagio con molti di loro – troppo chiusi mentalmente, troppo rigidi, con delle abitudini incompatibili. Per i suoi coetanei, uscire a cena alle 6.30 e tornare a casa per le 9.30-10.00 è già una botta di vita che non riescono a reggere per più di una volta al mese. Le conversazioni dei trentenni vertono principalmente su problemi di salute (e soluzioni della nonna Wang basate sulla medicina cinese) e sulla pianificazione economica della famiglia (stipendio, mutuo per la casa, automobile, costo dei figli, ecc.).

Io e Dandan ci ancoriamo a noi stessi, passano la maggior parte del nostro tempo in due, sforzandoci di uscire ogni tanto, per una cena o una bevuta, un concerto, o una gita in qualche parte della città inesplorata. Sono tempi duri, e cerchiamo di resistere fino a che qualcosa cambi, e una soluzione spunti da sola.

Per fortuna, non dovremo attendere a lungo. Una nuova ondata di persone, conosciute e non, sta per arrivare a Pechino, e la nostra vita sociale finalmente si darà una mossa.

2009-11-08

Capodanno 2008


Il Natale dell'anno 2007 passa senza quasi farsi notare. Nonostante Dandan sia qui a Pechino, per lei è giorno lavorativo, e anche nel mio ufficio si lavora. Mi prendo comunque una giornata di ferie, ma non è la stessa cosa: manca il clima di festa. La famiglia, tra l'altro, è lontana e mi manca. La sera della vigilia io e Dandan pranziamo a casa, cucinando quello che possiamo visto che entrambi stacchiamo dal lavoro alle 6.30; affettiamo per festeggiare un panettone fatto localmente da un ristorante italiano, costa 50 RMB contro i 200 e passa dell'originale Motta o Bauli, ma è duro come legno. Il giorno di Natale, durante la pausa pranzo, decidiamo di andare al Luce, un ristorante italiano vicino al Gulou, nella città vecchia, ma scopriamo solo all'arrivo che è chiuso, e quindi ci buttiamo sul Raj, l'indiano che sta all'angolo della stessa via. Ma non è la stessa cosa. La sera siamo invitati a casa della mia professoressa, quella che mi ha mandato in Cina, e ora vive qui con la famiglia ricoprendo un importante incarico all'ambasciata. E' una cena piacevole, con italiani e con cinesi, ma ancora si avvicina poco all'idea di Natale.


E' a causa di questo che forse sento il dovere di fare qualcosa di significativo per Capodanno, ma di fatto anche su questo fronte Pechino offre ben poco. Ci sono le solite feste nei locali dove ci si alcolizza a poco prezzo e si cerca di accoppiarsi, partendo alti e diminuendo il tiro con il procedere della serata; oppure ci sono le feste dei bar fighetti dove si brinda a champagne e si spende una fortuna per il puro gusto di farsi vedere da altra gente. Sono poco positivo.


L'incontro con Dom al 7 Eleven è un segno, o almeno così io lo interpreto. La sera stessa lo invitiamo all'Indian Kitchen, un altro ristorante indiano a Sanlitun, insieme a un gruppo di altri amici italiani e cinesi – Viola, Alba e Gianluca. Quella sera decidiamo di fare una festa nostra, a casa degli ultimi due della lista, organizzando tutto da noi. Sono le feste in casa quelle che rendono i capodanni memorabili.


Meno di due settimane dopo è il 31 dicembre, e Dom viene a prendermi in ufficio dove ci carichiamo di vino. Saliamo in taxi e una mezz'oretta di traffico dopo siamo al Fuli Cheng, colossale complesso residenziale a sud del Guomao, dove Gianluca vive insieme a un coinquilino, giornalista per un importante quotidiano sportivo italiano, che per pur caso non c'è. L'appartamento è grande e arredato con gusto, con grandi piante ed elementi d'arredo cinese e africani (scopriamo che il coinquilini è cresciuto in Africa). E' la prima festa semiseria che organizziamo, e quindi i risultati sono alterni, ma non ci facciamo caso: l'importante è divertirsi e stare assieme. Le donne si chiudono in cucina a cucinare – ci sono costolette di maiale alla pechinese, costolette di maiale in agrodolce, e una sorta di lasagna clamorosamente sbagliata che si trasforma in pasticcio. Noi uomini stappiamo il vino, che scorre a fiumi, e mettiamo su la musica: Dom si improvvisa DJ e a sorpresa stupisce con Bob Dylan e gli Stones. L'atmosfera è cordiale, complice l'alcool. Tutti si divertono, pare addirittura possa nascere qualcosa tra Viola e Dom – del resto che festa di capodanno sarebbe senza un colpo di fulmine?


A mezzanotte non ci sono fuochi, la città è incredibilmente tranquilla. Noi spariamo la nona di Beethoven a palla brindando con panettone, quello buono, e Brachetto d'Aqui. Strani e rumorosi questi laowai, penseranno i vicini; come che sia, la cosa non ci riguarda.



Ad euforia della mezzanotte passata, saliamo sul tetto, oltre il ventesimo o venticinquesimo piano. Fa un freddo eccessivo e il vento tira come fa solo qui. Si vedono le stelle e la skyline di tutta la città, a nord il CBD e a sud l'anonima successione di palazzi residenziali tutti uguali che costituisce la periferia meridionale della città. Vista così, nella sua immensità di buio, grigio e fari di posizione, è uno spettacolo terribile e sconcertante. Ma noi ci siamo quasi abituati. Guardiamo lo spettacolo con gli occhi che lacrimano a causa del vento, e giochiamo a identificare i palazzi più alti: laggiù c'è il Park Hyatt, colorato di un rosso violento, quello è il Jianwai SOHO, quello il Guomao; e poi la China Garment Tower, la sagoma in costruzione della CCTV Tower, e tante altre. Tutte a nord, nelle altre direzioni i palazzi sono irrimediabilmente anonimi e tutti uguali. Pechino.


Scendiamo in casa al calduccio, è ormai tardi ma a qualcuno piacerebbe uscire. Dopo una mezz'ora di discussioni, ci si saluta, augurandosi un buon anno nuovo. Viola va a casa e io, Dandan e Dom ci infiliamo in un taxi e, nelle strade deserte e gelide, raggiungiamo il Bed Bar, dall'altra parte della città. C'è ancora qualcuno qui, il Bed Bar del resto è uno dei posti che non delude. Davanti a un tè caldo chiacchieriamo tranquillamente, stanchi e consapevoli che probabilmente non ci vedremo più, per molto molto tempo. Dom tra pochi giorni tornerà in Australia. Concludiamo in pieno accordo che è stato bello conoscersi, e non sarebbe male vedersi ancora. Io e Dandan veniamo ripetutamente invitati a Melbourne. Poi il Bed Bar chiude, verso le quattro del mattino, e il fuwuyuan gentilmente ci invita ad andare via. Camminiamo oziosamente verso la piazza del Gulou, dove a quest'ora della notte degli operai stanno ancora lavorando su di un enorme palco che copre quasi tutto lo spazio tra le torri.


L'avevamo notato il giorno prima passando per caso, quando ancora lo stavano montando, e avevamo interrogato uno degli operai per sapere di cosa si trattava.


“Buongiorno”

“...”

“Buongiorno!”

“...”

“Hey! Dico a lei, buongiorno!”

Finalmente ci nota. “Ah, Buongiorno, mi dica”

“Che succede qui? C’è uno spettacolo?”

“Sì” risponde senza espressione.

“Di cosa si tratta?”

“E’ uno spettacolo di capodanno, ci saranno la TV ed esponenti del comune”

“Ah, interessante... serve il biglietto per entrare?”

“No, non c’è biglietto” dice, perplesso.

“Allora possiamo venire a vedere?”

L'operaio ci pensa un attimo su, poi risponde:

“No”


Ora il palco lo stanno smontando. Sono ormai le quattro passate, e nonostante la stanchezza mi sento vivo come non mi sentivo da tanto. Sarà l’ora, sarà il freddo. Ci salutiamo con Dom, che decide di prendere un ultima birra da solo al Jiangjinjiu, dove rimangono ancora sei o sette persone. Mi verrà in mente solo dopo che è qui che siamo venuti la prima sera che ci siamo conosciuti, quando ancora non ero mai stato in questo posto, e ora è qui che ci salutiamo. Senza questi pensieri per la testa, in una dimentichevole e felice stanchezza, io e Dandan camminiamo per le strade silenziose, chiamiamo un taxi e ci dirigiamo verso casa. Buon anno, buon anno...


2009-10-07

Ancora Dom


Un giorno di inizio dicembre io e Dandan andiamo a fare la spesa al 7 Eleven sotto casa, e chi ti incontriamo? Dom!

Non lo vedo da mesi, impegnato com'era con il suo HSK e le sue strane storie da paranoia. Ora invece è in forma smagliante, elegante, sorridente. Ci racconta che ha superato l'esame, non brillantemente come sperava ma comunque bene: ora ha trovato lavoro in uno studio legale americano dove farà un po' di pratica prima di tornare in Australia e dare l'esame di Stato per l'avvocatura, e stare un po' con la sua famiglia che non vede da troppo tempo.
La paranoia? Andata, per fortuna: una volta mollata l'infame scuola coreana e iniziata una vita regolare da lavoratore diurno ha cominciato a stare bene. Accenna a una storia strana che mi fa intuire che la fantomatica ragazza coreana di cui era perdutamente innamorato era coinvolta in qualche giro di prostituzione forzata da parte di connazionali, da cui tutta l'ostilità che si era trovato contro. Non so se speri ancora un giorno di diventare ricco e sposarla, ma potrebbe essere.
Fatto sta che, apparentemente, adesso Dom sta bene, e a me fa un gran piacere vederlo. Lo invitiamo quindi alla festa di capodanno che noi e alcuni amici stiamo organizzando di lì a pochi giorni.