Houhai
Marco mi porta al Buddha Bar, stereotipo del locale di Houhai, con divani morbidi e ampi, mobili in legno, scaffali di libri di viaggi e grandi finestre sul lago. E’ la prima volta che vedo un locale del genere, ed è il genere di locale che avrei sempre voluto vedere: lo esploro in ogni suo angolo e stanzino, scoprendo un’alcova nascosta da una tenda, dove su un materasso sottile ci si può stendere in tanti, e una scala a pioli che porta a una stanza sopraelevata, cui si accede tramite una botola, e da cui si gode una luce splendida grazie alle pareti a vetri e alle tende colorate. Io e Marco rimaniamo a chiacchierare a lungo, stesi sui divani del piano terra, con le scarpe ribaltate in un angolo. Ordiniamo anche da mangiare, nonostante la cameriera, per quanto carina, non ne voglia sapere di capire che vogliamo.
“Cha” chiedo in cinese, stressando il tono della parola per tè.
“Kua?” ripete.
“No, chaaa” stresso ancora di più.
“Gua!”
“Ma che è… sono in un bar in Cina alle due del pomeriggio, cosa mai vorrò ordinarti se non un tè?!? Non ti ho chiesto un amaretto di Saronno!”
Il tè alla fine arriva tramite il barista che sembra e in effetti si dimostra più sveglio. Marco è già incazzato, io non ce la faccio, e rido. Alla fine ride anche Marco. Rimaniamo a chiacchierare ancora delle nostre impressioni della Cina, e a guardare dal vetro come da un televisore, il lago ghiacciato, le decine di cinesi dai 6 ai 60 anni che pattinano e slittano concludendo sempre con cadute improbabili e grandi risate. Non possiamo che ridere anche noi… che altro fare, in un posto come questo?

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